Che cosa guardiamo quando siamo in relazione
Allenarsi a cogliere la differenza tra piano razionale del contrasto e piano emotivo del conflitto, abbiamo visto in altri articoli, è importantissimo, perché pernette di mettere una certa “distanza” tra quanto sta accadendo dentro di noi e nella relazione. Significa, utilizzando una metafora a me cara, dotarsi di tre telecamere e farle funzionare al meglio.

E che cosa intendo per “telecamere” nelle relazioni e nella comunicazione?
Immaginiamo di essere in relazione con una persona (a noi vicina, ma non necessariamente) e di volerle comunicare qualcosa. Mentre comunichiamo (e quindi non solo parliamo, ma usiamo anche il linguaggio paraverbale e quello corporeo, mimica facciale, postura, gesti), è importante che siano attive, ovvero accese, ben TRE telecamere (o se preferite tre macchine fotografiche con obiettivi diversi):
– la prima è quella che ci serve a osservare noi stessi;
– la seconda è quella che ci serve a osservare l’altro;
– la terza è quella che ci serve a osservare il campo, ovvero la scena nel suo complesso.
Non solo: anche l’altra persona dovrebbe essere dotata di altrettante telecamere, che le servono per fare lo stesso tipo di osservazioni: il che significa che nel campo relazionale possiamo immaginare che ci siano ben sei telecamere!
Il punto è che le telecamere, oltre a essere accese (ovvio!), devono essere posizionate nella direzione giusta, alla distanza giusta dall’oggetto osservato e… avere la lente adatta e pulita.
Fuori dalla metafora: quando comunichiamo con qualcuno, dobbiamo mantenere uno sguardo su di noi, su come stiamo, su che cosa sentiamo, che cosa proviamo, che cosa stiamo facendo, i linguaggi che stiamo utilizzando. E guardare davvero l’altro, quasi come se usassimo uno “zoom”, cercando di entrare empaticamente in contatto rispetto a come sta, che cosa sente, che cosa prova, quello che sta facendo, i linguaggi che sta utilizzando. Contemporaneamente, avere uno sguardo più ampio – una sorta di “grandangolo” – su tutta la scena, ovvero tutta la dinamica relazionale fra noi e l’altra persona, all’interno del campo o contesto che ci contiene in quel momento.
Purtroppo, tutto questo non ci viene insegnato a scuola (mentre è una delle tante competenze relazionali che dovrebbe essere obbligatorio trasmettere agli studenti) e in genere non ne siamo consapevoli. E finiamo col non tenere nemmeno accese le telecamere (strumenti, appunto, di consapevolezza), o di non direzionarle nel modo giusto, o di tenerle troppo vicine o troppo lontane, ecc. E spesso la telecamera rivolta verso di noi è così vicina da non permetterci di vederci, o così ingombrante da nascondere l’altra persona. Con il risultato che, pur volendo comunicare qualcosa all’altro, non ci riusciamo davvero, a scapito della relazione.
Lavorare su di sé con il BioEnneagramma® permette dunque, tra l’altro, di conoscere le nostre telecamere e come le utilizziamo, osservando che ogni bioenneatipo ha un proprio modo specifico e preferenziale di usarle o meno.