Spirituali, non speciali
Lo stato di grazia di cui parla Lowen
La cosa più “straordinaria” che mi è accaduta durante un corso frequentato in India è stata… sentirmi normale! Una frase che Rajesh, uno degli insegnanti, ci ha detto un giorno è stata proprio: “Questo processo serve per trasformare gli esseri spirituali in esseri normali” e mi ricordo che al momento mi ha colpito molto.
Era un modo per ricordarci che la cosa importante non è tanto sentirsi “spirituali”, o “illuminati”, nel senso di “speciali” – con il rischio che l’ego si gonfi a mille nell’esaltare la nostra diversità (!) – ma portare il messaggio dell’unità, e la realizzazione, la testimonianza personale di questo messaggio, nella vita di tutti i giorni.
Il nostro processo è una tappa in un percorso che continua e non ha mai fine (e per coloro che credono alla reincarnazione, con cui ho avuto modo di confrontarmi durante il corso in India, prosegue in altre vite), fino a quando il “risveglio”, cioè la presa di coscienza di chi siamo, della nostra essenza, del nostro essere parte e manifestazione del tutto, diverrà totale (se avviene… mi sento di aggiungere).
Essere e sentirsi “normali” vuol dire sentire che il processo ha in un certo senso accelerato il cammino, ha dato una… marcia in più, ha lavorato dentro, e che gli insight, le realizzazioni, le comprensioni sono solo una delle tante tappe.
Il percorso in India mi ha fatto sentire di più, per esempio, la meravigliosa possibilità di essere uniti, di provare amore per tutti e per tutto, di sentire tutti gli esseri viventi (persino le formiche… come mi è accaduto un giorno) in un modo più profondo. Mi ha fatto sentire il contatto con il “divino” in un modo particolare, con una voce che mi ha detto “sono qui”. Semplicemente, dolce ma ferma, come a dire “sono sempre stato qui”: basta ascoltare.
Mi ha fatto capire che la mia responsabilità di essere umano è di portare, giorno per giorno, con i limiti della mia umanità, con l’alternarsi dei momenti buoni e meno buoni, con le inevitabili debolezze e lacune legate alla mia personalità, un messaggio che deve essere soprattutto una testimonianza di vita. Nel quotidiano, nelle mie relazioni con le persone, nel modo in cui faccio quello devo fare, nel lavoro e nel tempo libero.
Essere in un cammino “spirituale” – un cammino cominciato una ventina d’anni fa – per me vuol dire essere in cerca, e via via che trovo risposte metterle in pratica il più possibile “umanamente”. E portare agli altri, nella condivisione, quello che finora ho trovato.
Come del resto insegnava Alexander Lowen, il padre della Bioenergetica, che nel suo libro “La spiritualità del corpo” estende il rapporto tra corpo e mente ampliandolo fino ad abbracciare la dimensione spirituale, intesa non in senso religioso, legata cioè a una certa fede o chiesa, bensì come ricerca di un’armonia, una integrazione, tra corpo, mente ed emozioni, condizione di “sublime equilibro” che chiama lo stato di “grazia”.

