Di Alessandra Di Minno
Pochi giorni fa, leggendo un articolo sulla Deontologia e la legislazione riguardanti la professione del counselor, riflettendo sui contorni che delimitano questa professione rispetto ad altre vicine e sul senso di un’etica seria e attenta, mi sono sorpresa a tradurre tutto in immagini, apparentemente lontane dal tema, ma che mi hanno dato uno spunto di ulteriore riflessione.

Ci diciamo ormai da anni, da quando il sociologo e filosofo polacco Zygmunt Bauman ha coniato l’espressione di “società liquida”, che vivere oggi è un navigare a vista, con poche certezze e punti di riferimento, in cui ciascuno è alle prese con la necessità di trovare un modo per essere visto, considerato e potersi esprimere (nelle relazioni, al lavoro, nella propria progettualità…). Il terreno liquido è continuamente in divenire, poco stabile e il nostro senso di sicurezza è fortemente messo alla prova.

Il counselor accompagna a trovare un proprio radicamento: un radicamento corporeo, emozionale, cognitivo, relazionale. Accompagna a sentire il proprio baricentro, spostandolo verso l’altro ma senza mai perdere contatto con sé. Persegue l’equilibrio e allo stesso tempo coltiva la capacità di adattamento, perché stare in questo mondo è possibile ma richiede competenze nuove che ciascuno deve poter trovare dentro e fuori da sé.
Certo, il counselor/surfista può cadere e finire sotto il pelo dell’acqua, ma sa tornare su. Impara a prevedere quando un’onda si romperà, come impara ad analizzare i propri errori e anche a cadere, senza resistere alla forza travolgente, ma assumendo una posizione protettiva. E deve sapersi rialzare.
È un richiamo alla prudenza: il cliente ha il diritto di cadere sott’acqua e contattare parti di sé sofferenti o esperienze passate dolorose ed è nostra responsabilità offrire tutto l’aiuto che possiamo, inviando ad altri professionisti adatti a navigare in acque più profonde, se è il caso.
I counselor hanno associazioni di categoria, fanno costantemente supervisioni e corsi di aggiornamento per poter continuare a farne parte, per rimanere al passo e sentirsi parte di un cerchio più ampio con cui… andar per mare.

